
Intervista a Marianna Zampieri: la Catographer che fotografa i gatti di Venezia dal 2015 racconta il suo lavoro.
La nostra prima curiosità riguarda la tua scelta artistica: hai deciso di concentrarti completamente sulla figura felina, fino a definirti una “Catographer”. Cosa ti ha spinto in questa direzione? Perché proprio i gatti?
Non è stata una scelta strategica, ma una presa di coscienza. Non mi ero mai interessata alla fotografia prima ma ai gatti invece si, da sempre. E ho trovato nella fotografia il mio linguaggio per poter parlare di queste creature estremamente fotogeniche, ma soprattutto libere. Non posano, non compiacciono, non fingono. Se riesci a fotografarli è perché ti hanno concesso l’accesso al loro mondo. A un certo punto ho capito che raccontare i gatti significava raccontare anche noi, le città, gli spazi che condividiamo. Da lì è nato il termine “Catographer”, quasi per gioco, ma che oggi mi rappresenta completamente perché fotografo solo e unicamente gatti.
Molti dei tuoi gatti sono veneziani: hai anche pubblicato la collana Cats in Venice. Da fotografa – e da amante dei gatti – cosa ti colpisce di loro?
I gatti -veneziani e non- hanno un’eleganza naturale, quasi aristocratica. Vivono in una città fragile, lenta, sospesa, e sembrano perfettamente integrati in questo ritmo. Li trovi sui davanzali, sulle barche, davanti alle botteghe: sono parte del paesaggio tanto quanto l’acqua o la pietra. Mi colpisce il loro rapporto con lo spazio urbano, che occupano con assoluta naturalezza, come se Venezia fosse casa loro da sempre. E in parte lo è. La storia di Venezia si intreccia con quella dei gatti da tempo immemore e resta ancora una città a loro misura, non essendoci auto.

Ci racconti com’è la tua giornata tipo quando “vai in safari”?
Cammino moltissimo, molto spesso anche senza una meta precisa. Il “safari” felino è fatto di attesa e osservazione. Niente corse, niente forzature. Mi fermo, guardo, torno sui miei passi. A volte non fotografo nulla, altre volte incontro il gatto giusto nel posto giusto. È una pratica molto meditativa: impari a rallentare e ad ascoltare la città.
Con C-at Work racconti attraverso la fotografia i gatti che trascorrono le loro giornate in negozi, attività commerciali e luoghi pubblici. Come è nato questo progetto?
È nato spontaneamente, entrando nei negozi e trovando gatti dietro ai banconi, tra le stoffe, accanto alle casse. Mi affascinava il loro “ruolo”: non fanno nulla apparentemente e allo stesso tempo sono presenze fondamentali. Accolgono, osservano, rassicurano. C-at Work è un modo per raccontare la quotidianità attraverso un altro punto di vista.

Raccontaci anche del progetto Cat Advisor: una mappa che segnala dove si possono incontrare gatti lavoratori nelle attività commerciali. Com’è nato e a che punto sei con il suo sviluppo?
È nato dall’esigenza di condividere. Ma soprattutto da un’esigenza personale. Ricevevo tantissimi messaggi del tipo: “Dove posso trovare gatti a…?” E io stessa voglio sapere dove poter incontrare gatti lavoratori quando mi sposto, in qualche modo facendo pubblicità alle attività che li ospitano. Così ho pensato ad una mappa collaborativa, basata sulle segnalazioni delle persone. Cat Advisor è in continua evoluzione: non vuole essere una guida turistica, ma una rete di racconti felini sparsi per il mondo.
Con questo progetto stai costruendo una comunità mondiale: da dove arrivano le segnalazioni? Noti differenze culturali (o elementi comuni) tra gli amanti dei gatti che ti contattano?
Arrivano davvero da ovunque: Giappone, Turchia, Stati Uniti, piccoli paesi sperduti. Le differenze culturali esistono, ma l’elemento comune è fortissimo: il rispetto e l’affetto per i gatti. Cambiano i contesti, non lo sguardo.
C’è stata qualche segnalazione “particolare” che ti ha colpito particolarmente?
Tante per la verità. Ma la cosa che più mi colpisce ogni volta è scoprire che nella maggior parte dei casi, sono stati i gatti stessi a scegliere di vivere in luoghi che a noi non sembrano particolarmente adatti alla vita di un gatto. Luoghi in cui mai ci aspetteremmo una presenza felina, ad esempio vetrerie, meccanici, cinema, parrucchiera etc che invece loro trovano perfette e mi regalano davvero ambientazioni uniche.

Ti occupi anche di Post-Wedding Photography, e ovviamente anche qui i gatti sono protagonisti. Come funziona esattamente?
Funziona un po’ come i servizi a domicilio. Innanzitutto è necessario che il gatto non abbia timore degli estranei. Non inserisco mai un gatto “per forza”: semplicemente, se fa parte della vita delle persone ed è a suo agio, allora entra naturalmente nel racconto. È una fotografia molto intima, ironica, vera. Ma sono servizi che vengono organizzati in un altro momento, dopo il giorno delle nozze, per evitare di stressare il gatto inutilmente. Gli sposi re-indossano i loro abiti e realizziamo un servizio dedicato.
Come ti fa sentire vivere in un’epoca in cui i gatti hanno letteralmente conquistato il web? Pensi che questo sia per te e per chi fa fotografia un punto di forza?
È una grande opportunità, ma anche una responsabilità. Il rischio è la superficialità e il far passare un messaggio sbagliato. C’è molta disinformazione e spesso ciò che fa ridere sono atteggiamenti profondamente errati. Per me è uno stimolo a raccontare i gatti in modo più profondo, meno “meme”, più relazionale e rispettoso.
Secondo te, cosa ti distingue dagli altri fotografi o creatori di contenuti sui gatti?
Non so se c’è davvero qualcosa che mi distingue. Magari lo stile in bianco e nero è una buona partenza. Ma poi di fondo non cerco la viralità, fotografo gatti perché io stessa ne sento il bisogno. Mi fa stare bene. E lo condivido.
La fotografia è sempre una scelta. C’è qualche atteggiamento o gesto felino che ami particolarmente catturare nei tuoi scatti?
Qualsiasi! Ogni scatto è un regalo! Ma forse il momento in cui ti guardano e non scappano. È una frazione di secondo di fiducia assoluta.
Ci sono artisti, fotografi o magari influenze non artistiche che hanno influenzato il tuo stile?
Ci sono tantissimi fotografi di cui ammiro il lavoro, primo fra tutti Elliott Erwitt. E amo la fotografia in bianco e nero. Cerco di studiare, capire, imparare. Ma poi nella realtà dei fatti non mi ispiro direttamente a nessuno, non sarebbe possibile perché come dico spesso, sono solo e sempre i gatti a decidere i modi e i tempi delle fotografie e quindi anche in risultato.

Hai un aneddoto legato ai gatti (nella tua vita o nella tua pratica fotografica) che ti piacerebbe condividere?
Non nello specifico ma in generale i gatti sono stati per me una sorta di palestra dello sguardo. Fotografarli è un esercizio continuo di pazienza e ascolto: non si lasciano mai “dirigere”, devo adeguarmi io ai loro tempi, ai loro silenzi, alle loro improvvise sparizioni. Spesso già vedo l’immagine perfetta: la scena, la luce, l’inquadratura giusta… e poi loro decidono semplicemente di andarsene. All’inizio era frustrante, poi ho capito che è proprio lì la lezione: smettere di controllare tutto e lasciare che l’immagine accada.
I gatti mi hanno insegnato a osservare meglio, a rispettare la distanza, a cogliere quei momenti minimi e imprevedibili che non si possono costruire, solo accogliere. In fondo, credo che il mio modo di fotografare nasca anche da lì: da una relazione fatta di attenzione, attesa e fiducia.
Qual è il tuo primo ricordo di un gatto?
Un peluche che desideravo regalatomi mi da mia nonna. E le lunghe passeggiate per il mio quartiere ad accarezzarli tutti.
Ultima domanda, secondo te cosa non dovrebbe mai mancare in un museo del gatto?
Lo spazio vuoto. Perché il gatto, se vuole, arriva da solo e lo riempie.

Cats in Venice
Mostra digitale di Marianna Zampieri.

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