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Intervista a Rosanna Gaddoni

A volte mi sembra di guardare il mondo e di leggere poesie ovunque: nelle stagioni che cambiano, nel modo in cui la luce colpisce un oggetto e nell’ombra che crea, nel passaggio silenzioso di un animale tra l’erba in giardino.

Le tue opere si distinguono per l’uso deciso del contrasto, per la profondità del realismo tonale e per la precisione con cui riesci a restituire le texture attraverso il carboncino. Come sei arrivata a questa tecnica? È stata una scelta consapevole fin dall’inizio o il risultato di un percorso di ricerca che ti ha condotta a questa forma di espressione?

Mi piacciono le ombre e le oscurità: penso che racchiudano sorprese e verità. È stato giocando con le ombre e con i contrasti del bianco e nero, provando nuovi materiali e tecniche e, allo stesso tempo, scoprendo me stessa e ciò che mi emoziona, che anche la mia tecnica si è evoluta.
Carboncini e grafite sono strumenti umili, e mi entusiasma sempre vedere l’infinita gamma di tonalità e valori che possono restituire.

Nel tuo art statement parli di  ‘Realismo Poetico’ e di un ‘filo sottile’ che unisce le tue opere in un quadro di ‘devozione e rispetto per ogni forma di Vita’. Raccontaci meglio cosa intendi. 

Mi chiedono spesso dove trovo ispirazione. Per me basta guardarmi intorno e accorgermi della Vita accanto a me. A volte mi sembra di guardare il mondo e di leggere poesie ovunque: nelle stagioni che cambiano, nel modo in cui la luce colpisce un oggetto e nell’ombra che crea, nel passaggio silenzioso di un animale tra l’erba in giardino. Sento dentro di me che tutto si tiene, che ogni creatura manifesta una qualità diversa della stessa Vita.
Il mio lavoro nasce dal tentativo di riconoscere questa qualità e renderla visibile. Sono felice quando riesco a tradurre questa esperienza in arte.

Nei tuoi ritratti compaiono spesso animali, sia selvatici che domestici. Nella nostra selezione ci siamo (ovviamente!) concentrati sui gatti. Ci sono delle differenze nel ritrarre un gatto rispetto ad altri soggetti, sia a livello tecnico che a livello emotivo?

Gli animali, così come tutto ciò che ritraggo, sono per me simboli di stati d’animo, presenze che incarnano diverse qualità dell’esistenza. Proprio come accade nei miti dell’antichità, che traducono principi e forze psicologiche di trasformazione. Quando osservo un animale mi piace riconoscere questi simboli: mi insegnano qualcosa della mia stessa esistenza. A livello tecnico, ogni animale ha qualità specifiche di cui tener conto nel ritratto. Mi piace molto ritrarre i miei gatti perché non c’è giorno in cui non mi sorprendano con la loro sapienza silenziosa. È quasi come se mi conoscessero: sanno posare nel modo più naturale e perfetto, magari sotto un fascio di luce che li accarezza e li illumina. O saltano sulle mie ginocchia quando è il momento di fare una pausa mentre disegno.

The Fawn – Carboncino su carta
A Clear Midnight – Carboncino su carta Arches

C’è una qualità o un gesto felino che ti piace particolarmente catturare con le tue opere?

I gatti per me sono messaggeri di regalità, dignità e mistero.
Tutto in loro, le movenze, il modo in cui riposano, giocano ed esplorano, mi parla di segreta grazia ed eleganza. È come se incarnassero gli insegnamenti di un maestro Zen: scivolano nella vita con naturalezza, misurando la loro energia con estrema precisione.

Mi piace molto ritrarre i miei gatti perché non c’è giorno in cui non mi sorprendano con la loro sapienza silenziosa.

Ci sono artisti, pittori, scienziati o riferimenti extra-artistici che hanno influenzato in particolare il tuo stile e il tuo approccio?

Nella scelta monocromatica sono stata sicuramente influenzata dal fotografo Henri Cartier-Bresson. Trent’anni fa vidi una sua mostra a Bologna che non ho mai dimenticato, e ancora oggi prediligo la purezza e la poetica del bianco e nero.
I miei viaggi e i periodi di vita trascorsi in Asia mi hanno aperto un mondo di conoscenza delle filosofie orientali, che guidano il mio modo di vedere la vita e rapportarmi con ciò che mi circonda.
Per quanto riguarda l’approccio, devo molto allo studio della pittura a inchiostro Sumi-e e alla scoperta di alcuni concetti dell’estetica giapponese, che hanno influenzato profondamente lo sviluppo del mio stile e delle mie scelte compositive.

Henri Cartier-BressonCounty Kerry, Ireland, 1952
Kingfisher and BambooSesshū Tōyō 雪舟等楊 – diciannovesimo secolo

Qual è il tuo primo ricordo di un gatto?

Il mio primo ricordo di un gatto risale a quando vivevo in campagna con i miei genitori, a Filetto, un piccolo paese della provincia di Ravenna. Era una piccola fattoria con molti animali, ma non avevamo animali domestici e nessun gatto.
Per qualche motivo una gatta venne a partorire i suoi piccoli nel nostro pagliaio, al riparo dalle intemperie e dai pericoli.
Un giorno questa gatta, sicuramente affamata, sfidò il suo istinto selvatico: saltò sul davanzale della finestra della cucina per farsi vedere. Stava lì, arricciata sulla soglia, guardandoci e sperando probabilmente di poter ricevere qualcosa da mangiare per sé e per i suoi piccoli.
Non avevo mai visto un gatto se non in televisione. Ricordo mia madre commossa, e me stessa completamente catturata dalla sua grazia. Lei e i suoi gattini crebbero con noi in piena libertà nella fattoria. La loro indipendenza, e allo stesso tempo la relazione con me, mi affascinava profondamente.

Hai una storia in particolare sul tuo rapporto con i gatti, personale o legata al tuo lavoro, che ti piacerebbe condividere con noi?

In età adulta, viaggiando molto, era diventato difficile accogliere un gatto in casa.
Ma anni fa, già in Olanda, fui costretta a restare a casa per molto tempo, a causa di una lunga malattia. Avendo rallentato i miei ritmi, decisi insieme a mio marito di accogliere un gatto: Vladimir, che poi è diventato Dino. Dopo un anno arrivò anche Bino.
Non c’è medicina migliore per lo spirito e per il corpo di vivere con un gatto che ti danza intorno, che gioca con la leggerezza di una piuma e dorme accanto a te. Si sono presi cura di me come nessun altro avrebbe potuto fare.

Dino e Bino
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