Avevo forse quattro anni quando mi resi conto che ero in un corpo sbagliato e che, in realtà, avrei dovuto essere una bambina. Rammento bene quel momento, è il primo ricordo di tutta la mia vita.
Me ne stavo seduta sotto il pianoforte di mia madre e la sua musica scendeva intorno a me a mo’ di cascata, avvolgendomi come se fossi dentro una grotta. Le gambe del pianoforte, tornite e tozze, mi sembravano simili a tre stalattiti nere, e la cassa armonica sulla mia testa un’alta volta scura. […] Quell’angolino mi è sempre piaciuto, e a volte mi mettevo a disegnare sulla pila di spartiti ammucchiati sul pavimento, oppure afferravo il mio sfortunato gattino perché mi facesse compagnia.
Jan Morris è stata una delle figure più originali della letteratura del Novecento. Storica, giornalista, autrice di libri di viaggio che sono in realtà libri sull’anima dei luoghi, è nota al grande pubblico anche per Conundrum (1974, pubblicato in italiano come Enigma), uno dei primi resoconti autobiografici al mondo dedicati all’esperienza della transizione di genere. Un libro che non nasce come manifesto né come confessione, ma come un’indagine profondamente letteraria sull’identità: vissuta, percepita, abitata prima ancora che nominata.

Non è casuale che Conundrum si apra proprio con questa scena domestica che Morris riconosce come il suo primo ricordo consapevole. Sotto il pianoforte della madre, mentre la musica cade dall’alto e il mondo esterno sembra sospeso, l’identità non è ancora una questione di definizioni, ma di sensazioni. Accanto a lei c’è un gatto, come unica compagnia. Non un dettaglio ornamentale, ma una presenza necessaria: silenziosa, non interrogativa, capace di condividere uno spazio di ascolto e protezione.
Questa immagine ritorna alla fine del libro, quando Morris prende le distanze dalla propria storia e la osserva come fosse un racconto mitico. “Se considero la mia storia con distacco, a volte sembro persino a me stessa una figura da favola o da allegoria”, scrive, prima di rifiutare ogni polarità rigida: “non come un uomo o una donna, come un’identità o un’altra, un frammento o un intero, ma solo come il bambino estasiato nascosto insieme al suo gattino sotto il pianoforte”. Il cerchio si chiude esattamente dove si era aperto: non in una definizione, ma in una scena di compagnia e ascolto.
I gatti tornano nella vita di Morris sempre così: come presenze che non chiedono spiegazioni, che non hanno bisogno di definire, classificare, ordinare. Creature che accettano l’ambiguità come condizione naturale.

I gatti, per Morris, non sono simboli astratti di indipendenza o mistero. Sono, piuttosto, presenze che accompagnano il pensiero, che lo rendono abitabile. Anche quando immagina il proprio paradiso, discutendo ironicamente una celebre definizione di Sydney Smith, Morris non lo concepisce come un aldilà spirituale, ma come un viaggio concreto: lei che attraversa la Castiglia in Rolls-Royce, il tetto aperto, Mendelssohn alla radio e il suo gatto abissino sul sedile accanto. Un lettore le scrive per dissentire: d’accordo sull’auto, sul luogo e sulla musica, ma come compagno avrebbe scelto “qualcosa di ben più interessante di un gatto”. La risposta implicita di Morris è tutta nella scena stessa: per lei, nessun compagno è più adatto.
Sempre in Conundrum, Morris descrive anche il suo gatto abissino Menelik e nel farlo parla, ancora una volta, di sé:
Il più grande piacere che mi dà il mio gatto abissino Menelik è la sensazione che io abbia, grazie al magnetismo del mio affetto, evocato lui da qualche luogo selvaggio, da qualche brughiera o foresta, solo per venire a farsi affilare le unghie, facendo le fusa sulle mie ginocchia. Ho amato i miei figli allo stesso modo, con la stessa feroce e calcolata intensità, anche quando erano lontani, e spero che abbiano preso questa abitudine a loro volta. Certamente ho sempre ricevuto da loro un atteggiamento affettuoso, sebbene divertito, di possesso. Mi hanno guardata proprio come io guardavo Menelik: come uno spirito libero proveniente da qualche altro luogo che loro avevano attirato e fatto proprio. Mi sono mossa tra di loro, arcuando la schiena e tremolando la coda, da destinazioni che nella loro infanzia dovevano sembrare remote quanto qualsiasi brughiera abissina.
È una delle pagine più rivelatrici dell’opera di Morris: non un elogio dell’indipendenza del gatto, ma un riconoscimento dell’affinità tra due forme di alterità. Menelik è “altro”, ma è amato. Esattamente come lei. In entrambi i casi, l’alterità non impedisce la vicinanza; la rende, anzi, più intensa, più vera.
Morris riconosce in Menelik un modo di stare al mondo che le appartiene: discreto, obliquo, non riconducibile alle categorie immediate, ma capace di creare legami profondi.
Forse è anche per questo che, negli anni maturi, Morris non separerà più la propria immagine pubblica dalla presenza dei gatti. Ibsen, un grande gatto delle foreste norvegesi, entra stabilmente nel suo spazio quotidiano e narrativo: appare nelle interviste, nei racconti, nelle fotografie e negli ultimi scritti, dove Morris parlerà del “fantasma di Ibsen” come di una presenza affettuosa che continua ad accompagnarla.
Questa continuità trova una forma particolarmente eloquente nel ritratto ufficiale conservato alla National Portrait Gallery, realizzato da Arturo Di Stefano tra il 2004 e il 2005. L’opera nasce da un rapporto di collaborazione intenso: Di Stefano visita la casa gallese di Morris e la ritrae nel suo studio, con il coinvolgimento diretto della scrittrice, che chiede fin dall’inizio un “paesaggio allegorico dell’immaginazione” e pone una condizione non negoziabile: la presenza di Ibsen. Sullo sfondo affiorano luoghi centrali della sua vita (il Galles, Venezia, Trieste, Manhattan, l’Everest) come una geografia interiore. Ibsen seduto accanto a lei, d’altra parte, non è un simbolo o un attributo, ma una presenza imprescindibile.

Raccontare Jan Morris attraverso i suoi gatti significa tornare, ancora una volta, a quella scena iniziale sotto il pianoforte: uno spazio di ascolto, di riparo, di compagnia. I gatti non danno risposte e non chiedono spiegazioni. Restano accanto.
Fonti
- Morris, Jan. Enigma (trad. it. di Conundrum). Milano: Adelphi, 1976. (Original edition: Morris, Jan. Conundrum. Faber & Faber, 1974).
- Morris, Jan. In My Mind’s Eye. Londra: John Murray, 2018.
- Di Stefano, Arturo. Portrait of Jan Morris, 2004–2005. National Portrait Gallery, Londra. https://www.npg.org.uk/collections/search/portrait/mw123456/Jan-Morris
